“Dai Ernesto, ancora venti metri”. Nel frastuono dei campanacci e nelle urla scomposte delle persone al di qua e al di là delle transenne, quell’incitamento l’ho sentito distintamente. Ero sul “Muro del Gatto” che – pronunciato che si voglia in ladino, tedesco o italiano – muro era e muro resta. Poche centinaia di metri a dislivelli impossibili, dopo aver già percorso 100 chilometri e scavallato sei passi alpini a duemila metri di quota.

La breve ma terribile salita del Muro del Gatto
Mi sono girato d’istinto, chiedendomi chi diavolo potesse conoscere un modesto giornalista di provincia (e de “La Provincia”) in trasferta a 350 chilometri da casa, per di più (tra)vestito da ciclista. E’ così che ho incrociato lo sguardo di un omone con le scarpe grosse da montagna, la camicia tirolese tendente al rosso fuoco, un cappellaccio calato sulla barba fluente e due occhi allegri da italiano in gita. Non mi conosceva, vanesio che non sono altro, ma – assai più prosaicamente – aveva scorto il nome che tutti hanno appiccicato sulla schiena e aveva voluto dare il suo contributo. Suggestione, orgoglio, disperazione o stanchezza, ma quei venti metri li ho portati a termine e, da lì, è cominciata la mia passerella verso il traguardo. Quattro chilometri di sensazioni strane, di mantellina da riporre nella tasca posteriore, di cuore che si riempie di gioia mentre il cartello dell’ultimo chilometro viene superato a bassa velocità perché quei momenti vanno gustati fino in fondo. E chi se ne frega se poi si lasciano per strada un paio di minuti. Vuoi mettere l’immeritato applauso, l’entrata sul rettilineo d’arrivo tronfio come un pavone a prenderti una gloria che – se fosse solo sport – gloria non sarebbe?
Ci sono tante cose dietro, davanti e nel bel mezzo della Maratona dles Dolomites, la corsa ciclistica amatoriale più celebre del mondo. La meno importante delle quali è di averla finita per il secondo anno consecutivo (non era scontato) e di aver addirittura tolto 24 minuti dal tempo dell’anno precedente (e questo era ancora meno scontato). Del resto, fuor di metafora: se questo fosse il metro di paragone, che dovrebbe dire – per fare un solo esempio – la Cristina Lambrugo di Como, quinta assoluta tra le donne? Siamo arrivati praticamente insieme ma lei, fresca come una rosa, aveva sulle spalle trenta chilometri (di salita) in più, quelli che segnano la differenza tra il percorso medio (tremendo) e il percorso maratona (diabolicamente infernale). No, è del tutto evidente che questa corsa è “ben altro”. E una volta tanto il “benaltrismo” non è un irritante gioco a rimpiattino.
E proprio perché ci sono tante cose, voglio raccontarvele tutte. Magari a piccole dosi. Ma, del resto, sono alle prese con le due cose che più amo: scrivere e andare in bicicletta. Quando si incrociano, è un problema (per gli altri).

Il serpentone verso il passo Campolongo
I VANTAGGI. Per parafrasare Linus, il deejay più sportivo dell’etere, ci sono molti privilegi nell’essere tra gli invitati. E, dicendola alla Totò, io lo ero (grazie ancora). Intanto il vantaggio impagabile di non dover invocare tutti i santi del paradiso per essere estratti (ci riescono novemila fortunati su 33 mila che presentano richiesta). E poi quello di avere un numero di partenza a tre cifre che, per chi mastica di queste cose, è davvero manna dal cielo. Ma il vantaggio più grande della griglia rossa è quello di conoscere un sacco di gente.

Michil Costa durante la conferenza stampa
E’ il caso di Michil Costa, albergatore ecologico innamorato della sua terra e infaticabile patron della Maratona dal 1987. Ha un merito speciale, tra i tanti, ma è forse il solo del quale va fiero: quello di chiudere – una volta l’anno – tutte le valli ladine dell’Alta Badia al traffico automobilistico e persino a quello dei mezzi pubblici. Domenica 3 luglio, dalle 5 del mattino alle 5 della sera, sulle strade c’erano soltanto novemila biciclette e almeno altrettanti pedoni. Non è u
n’impresa impossibile, credetemi, ma fa un po’ impressione ascoltare l’assordante rumore del silenzio. Non dover guardare a destra e sinistra prima di attraversare la strada. Accorgersi finalmente che motori e clacson sono fastidiosi alle orecchie, alla mente e persino al cuore. Sentire il profumo – che profumo non è – delle mucche al pascolo e non sentire la puzza – che invece puzza lo è – degli scarichi dei motori diesel.

La pagina di presentazione della corsa de La Provincia di Como
Ebbene Michil riesce, una volta l’anno, in questa impresa, posta giusto un metro prima dell’utopia. Ma anche le altre, di imprese, non sono da meno. Ha messo in piedi una macchina organizzativa che, se per banale proprietà transitiva, fosse traslata nelle Poste o nelle Ferrovie, beh… altro che
i treni in orario. Qualche settimana fa, presentando la Maratona su questo blog, avevo cercato di far intendere ai miei quattro lettori il significato meno superficiale di questa corsa. Due giorni dopo, direttamente alla mia mail, è arrivato un bellissimo messaggio di ringraziamento (del tutto immeritato, si capisce), poi ripetuto sul posto, viso a viso: “Ci sono tanti modi di raccontare questa cosa, mi ha detto in sostanza, c’è chi lo fa copiando un comunicato stampa e chi affidandosi al cuore”. Bontà sua, si capisce.

Michil Costa, Maurizio Canins e Alberto Sorbini
Ho conosciuto anche Alberto Sorbini, presidente della Enervit, azienda comasca che nel mondo sportivo tutti conoscono. Non soltanto un industriale da prima pagina e neppure solo uno dei principali sponsor della corsa ma un uomo entusiasta di un mondo che conosce a fondo anche grazie ai suoi testimonial, da Alex Zanardi a Stefano Baldini al commissario tecnico della nazionale, Davide Cassani. Non avendo alcun interesse sportivo e commerciale, posso portare la mia testimonianza senza diventare rosso di vergogna: seguendo con precisione teutonica la “Energy strategy” messa a punto da Enervit (a che punto del percorso mangiare la barretta, dove il gel, quando bere la borraccia piena di sali minerali) ho completato i 106 chilometri senza crisi di fame o di sete e, soprattutto, senza aver fatto (troppa) fatica. Forse è un caso, per il secondo anno consecutivo. Ma, molto più probabilmente, un caso non lo è.
Sì, lo so bene… quando si parla di ciclismo arrivano i professori da salotto – che di solito pesano dai cento chili in su e non credo sia un caso – a raccontarci che i ciclisti sono tutti dopati, che si alzano la mattina e mettono l’anfetamina nel caffèlatte e che bei tempi erano quelli, quando le bici pesavano un tuono e le strade erano sterrate. Tranne l’effetto serra e, forse, la deforestazione amazzonica, per il resto i ciclisti hanno fatto tutto. Le solite scemenze di chi non saprebbe scavallare un ponte dell’autostrada, insomma. Il resto – la nutrizione applicata allo sport, giusto per rimanere alla Enervit – è scienza. Il doping è altro, è voglia di barare, di andare oltre i propri limiti con l’aiuto di altro che non siano testa, gambe e cuore. Ma non è questione di disciplina sportiva. Il doping è nella testa degli uomini. Che pratichino il ciclismo o, per estremizzare, che giochino con i milioni alle Borse finanziarie.
GLI SPORTIVI. Alex Zanardi è un personaggio fuori dal comune. Un campione di formula 1 e Formula Indy che è miracolosamente scampato a uno dei più gravi incidenti mai avvenuti in circuito. Ci ha rimesso due gambe ma ci ha guadagnato un cuore così. Lo scorso anno lo avevo ascoltato ad una conferenza, questa volta all’incontro di Enervit e poi, ancora, alla conferenza stampa di presentazione della corsa. Dice, in sostanza, che quell’incidente gli ha regalato una vita – o, meglio, più vite – che non avrebbe mai potuto avere se avesse continuato a correre a trecento all’ora dentro un catino maleodorante di gomma bruciata e di benzina. Neppure lui avrebbe fatto un cambio alla pari, ovviamente, ma, una volta che è finito nella trottola della vita, ha cominciato a girare. E quando, con il sorriso autentico della gente di Romagna, ironizza sulla sua disabilità (“Mia moglie dice sempre che ho più gambe che testa”, è una sua frase cult) capisci che è un pezzo d’uomo. Anche se un pezzo importante, il destino glielo ha portato via.

Con Miguel Indurain
IL CAMPIONE. Miguel Indurain ha sette mesi in meno di me. Ma ha una “fedina sportiva” da paura, a partire da cinque vittorie al tour de France e due al Giro d’Italia. Un monumento che mi sono ritrovato, del tutto inaspettatamente alle spalle. Era con il suo amico Pinarello, l’industriale delle biciclette con il quale, il giorno dopo, si è sciroppato tutto il percorso lungo. Non ho resistito al selfie modello Fedez e dintorni, lo confesso senza vergogna. Ma appena l’ho postato su Facebook mi sono ritrovato moltissimi “like” e tanti commenti. Segno che “Miguelone” ha lasciato un segno profondo in questo sport di uomini veri. Come dice quella frase scolpito sul marmo al monumento del Ghisallo? Ah sì, “…e poi Dio creò la bicicletta perché l’uomo ne facesse strumento di fatica e di esaltazione nell’arduo itinerario della vita”. Appunto.
Ernesto Galigani
e.galigani@laprovincia.it
(prima parte. Continua)






