di Ernesto Galigani
Volevo tenervelo nascosto fino a cose fatte, lo ammetto. Per evitare – non sia mai – improbabili giustificazioni postume o diplomatici malanni di stagione. Ma poi, a pensarci bene, non ne vale la pena. Esserci (a Dio piacendo, si capisce) è già un onore. Arrivare in fondo per il secondo anno di fila, invece, per ora è ancora un sogno.
Tutto ciò per confessare che domenica prossima – il 3 luglio – parteciperò alla trentesima edizione della #Maratona delle Dolomiti, che è un po’ come dire il Gran Premio di Formula 1 per l’automobilismo. O la finale di Champion League per il calcio. In una parola, il massimo.
Dopo l’esperienza dello scorso anno, Michil Costa, l’incredibile patron della Maratona mi ha consentito di fare il bis e di portare a spasso per quelle vette immortali il nome del Ciclo Team Canzo del mio presidente Marcello Moschera. Ma non è della stupenda organizzazione che sottintende il “Mondiale” per cicloamatori di cui volevo raccontare. E neppure dell’emozione grande che si prova salendo (piano) i 37 tornanti del Passo Pordoi o il Pizzo Sella, il Gardena, il Falzarego, il Giau e tutto quello che avete visto nella tappa del 21 maggio scorso del Giro d’Italia (quello vero) mandato proprio su quelle cime a onorare la Maratona. Per tutto ciò c’è il sito della Maratona delle Dolomiti o, se proprio volete essere così gentili, i prossimi articoli di questo modesto blog. O, ancora, il servizio che pubblicherò su “La Provincia” per raccontare i dettagli della nutrita pattuglia comasca in partenza per le Dolomiti.
Mi ha sempre colpito il fatto, invece, che molti dei miei “colleghi” ciclisti siano persone che, nella vita, hanno incarichi di grande responsabilità. Giornalisti (assai più famosi del sottoscritto), manager pubblici e privati, grandi industriali. Non ne faccio, evidentemente, una regola assoluta e neppure un discorso, per così dire, antropologico. Ci sono fior di magazzinieri o di idraulici che fanno meraviglie sulla due ruote.
Eppure, qualche strana correlazione ci deve pur essere
tra la mission professionale e questo strano sport, dove la fatica è condizione essenziale. Non è che puoi traccheggiare a centrocampo o nasconderti sulla fascia puntando alla bandierina del calcio d’angolo, c’è sempre e solo da pedalare. In gruppo, certo, ma contemporaneamente anche in solitudine. “Succhiando la ruota” ma, ovviamente, a patto di avere le gambe necessarie per farlo. Uno sport, per riassumere, dove la possibilità di vincere è paragonabile a quella di un Gratta e vinci milionario. Pr
ovate a pensarci, per ogni corsa c’è un solo vincitore e ci sono almeno duecento sconfitti (9.300 nel caso della Maratona delle Dolomiti su un potenziale di 31.000 aspiranti) e che transitano sotto il traguardo a mani alzate, applaudendosi (ero io lo scorso anno) o, ancora, mormorandosi parole dolci nella propria testa. Quando mai avete visto un altro sport del genere, dove lo sconfitto esce esultante del campo senza essere rincorso da strani figuri in camice bianco?
Qualcuno, buttandola in battuta, ha sintetizzato su un social che “per giocare a calcio serve una palla, per fare il ciclista almeno due”. Mi piace pensare che non è andato poi tanto lontano dal vero. E vi risparmio il ciarlare filosofico dell’uomo solo con i suoi pensieri alle prese con una cosa (la salita) più grande di lui, con gli inevitabili – affascinanti ma forse un po’ pedanti – richiami ai maestri del pensiero.
Eppure, non sono il solo a farsi di questi pensieri se è vero che anche Christian Pizzinini, che della Maratona delle Dolomiti è il formidabile uomo comunicazione, ha dedicato uno dei suoi comunicati proprio a questo argomento. L’elenco dei manager che parteciperanno alla corsa è davvero impressionante. Si va da Rodolfo De Benedetti della Cir a Francesco Starace dell’Enel, da Corrado Sciolla di Bt ad Alberto Calcagno di Fastweb. E poi in ordine sparso Fausto Pinarello, Matteo Arcese, Carlo Tamburi di Enel, Pier Bergonzi della Gazzetta dello Sport, giusto per limitarsi a qualche nome.
Per non parlare poi degli sportivi (Alex Zanardi per tutti), degli industriali (l’ex presidente di Confindustria e numero uno della Mapei, Squinzi) e dei politici… Anzi no, di questa categoria – Romano Prodi a parte – non mi viene in mente nessuno. Ma anche questo, forse, non è un caso e vuole pure dire qualcosa. O no?
e.galigani@laprovincia.it






