Il Matteo (Rabottini) che non dimentichiamo

Sarà capitato anche a voi di trovare in soffitta oggetti di cui avevate perso traccia. Ebbene, questa mattina nella soffitta del mio computer ho trovato un articolo scritto proprio un anno fa e che non avevo mai pubblicato. Commentava la denuncia per doping di #Matteo Rabottini, eroe della tappa del #Giro d’Italia di Lecco Pian dei Resinelli del 2012. Mi aveva colpito, quella vicenda, perché avevo seguito (in macchina con l’amico Aldo al volante) l’intera tappa, interamente sotto la pioggia. Era il 20 maggio e quel ragazzo in fuga per tutti i 153 chilometri del percorso era diventato il simbolo della fatica del ciclismo ma anche della sua incontrovertibile bellezza. Celebrato dai media all’epoca, dileggiato e gettato nel fango al momento della positività, dimenticato quando ha raccontato alla Gazzetta dello Sport la sua storia di ragazzo che arrivato in cima – e grazie a quel trionfo ai Resinelli –  non riusciva più a rimanerci. E per tentare di farlo ha fatto la stupidaggine della vita. Non so dove sia finito Rabottini ma non mi piacciono -lo avrete già capito – quelli che non potendo più dare il cattivo esempio, provano con i buoni consigli. Per questo vi ripropongo quell’articolo.

di Ernesto Galigani

Cinque righe di agenzia. Riprese con il copia-incolla da una manciata di giornali, infilati dal redattore di turno in un buchino a una colonna, quelli che non mancano mai quando si deve chiudere una pagina in tutta fretta e “meno male che è spuntato questo qui”. Due anni di squalifica per doping, con tre mesi di sconto perché ha attivamente collaborato con gli investigatori. Rabottini ai Piani Resinelli. Foto Lecconotizie
Punto e a capo. L’hanno ridotta così l’impresa di Matteo Rabottini, classe 1987, che il 20 maggio del 2012 – mentre l’Italia intera si svegliava con la notizia di un terremoto nel cuore dell’Emilia – saliva sulla sua bicicletta a Busto Arsizio e ne scendeva ai Pian dei Resinelli dopo 153 chilometri di diluvio e di salite. E ci scendeva dopo aver conquistato la vittoria più bella della  carriera che (allora) cominciava a prendere forma. Regalando alla città di Lecco un’impresa sportiva di quelle che meriterebbero di essere scolpite nella pietra e non già, come accade in questo rutilante mondo che non si ferma mai,  cancellata con un colpo di spugna. Due interviste televisive – “Veloci, mi raccomando, che c’è la pubblicità dei sofficini” – il cronista attempato della testata locale che ti fa le domande e pure le risposte perché non gli pare vero di sciorinare i suoi ricordi (“altro che carbonio, si teneva il palmer a tracollo,che tempi quelli”). una pacca sulle spalle del tifoso che neppure ti conosceva fino a quel momento e la umiliante protervia dell’uomo dello staff che, come se dispensasse un po’ di perle ai porci, ti assicura che, dai Resinelli “tranquillo, ti facciamo scendere in macchina”. Non come gli altri sfigati che, fradici di acqua e stravolti dalla fatica, avrebbero dovuto riprendere l’attrezzo del mestiere e tornare cinquecento metri più a valle sognando una doccia.

(Guarda il video) https://www.youtube.com/watch?v=8wHhwCtEzjM

Questo è molto altro c’è dietro quelle cinque righe di agenzia che adesso fatichi pure a trovare con Google. Ma, si sa, nello sport l’italiano medio è ancora più medio del solito. Pronto a saltare sulla bicicletta del vincitore – e giù di iperboli, scandagliando il vocabolario come tanti Brera di provincia, sia mai che trovo la parola che “spacca” – e altrettanto rapidi nel dimenticarsene un nano secondo dopo. Rabottini? I Resinelli? L’ho sempre detto che quello aveva un farmacista della Madonna. E avanti o popolo che c’è un altro eroe da incoronare, e poi da buttare dalla finestra perché bravo, ricco e famoso. Il contrario di tutti noi.

E al cronista, che quella corsa la segui in auto, metro dopo metro resta un po’ di amaro in bocca. Non tanto e non solo per la questione del doping – Rabottini non è certo il primo atleta (e non ciclista) a cadervi e non sarà neppure  l’ultimo – quanto perché epo o non epo quel disgraziato ha sputato sangue su quella strada. Come tutti i suoi compagni. Lo ricordiamo, tutto perfettino nel suo Body giallo sgargiante – in una viuzza di Busto Arsizio con il diesse che gli spiega la tattica: “Matteo, tu fai subito in fuga e fai selezione. Poi vediamo cosa succede”.
Succede, ve lo riassumiamo, che al kilometro zero il cielo si apre, che il Matteo al chilometro uno prende coraggio e se ne va con un altro gruppetto di disperati. Succede che a Lecco ancora diluvia e lui continua a tirare ingozzandosi di barrette umidicce. E succede che sulla Valcava – che è una montagna terribile già quando c’è i  sole- si ritrova da solo. Quando passa accanto al cronista, avvolto in un impermeabile bagnato, c’e la nebbia, il termometro segna sei gradi e lo aspettano 11 chilometri di discesa che, quando fa freddo, spaventano più della salita. Ma succede anche che lui continua a pedalare, che sale altre montagne. E che sul più bello, subito dopo la fine della discesa  dalla  Culmine di San Pietro, prende una curva con troppa foga e si ritrova con le chiappe dolenti per terra.

E’ finita? No, risale in bici e via verso I Resinelli che solo all’idea viene da mettersi a piangere. Lassù ci sono i dottoroni, le grandi firme che si fanno un sacco di pipponi tra un formaggio locale, una fetta di salame e, perdinci, “che buffet da pezzenti”. Succede che Matteo non ne ha piu, che ognuno di quei 14 tornanti è una coltellata in una gamba, che lo riprendono quando mancano duecento metri all’arrivo. Ma la favola ha il lieto fine, nella sua testa c’è ancora un briciolo di rabbia, sufficiente per fargli vincere la corsa e proiettarlo in un sogno. Confesso, quel giorno ho vinto anche io. E non basteranno quelle cinque righe di agenzia per cancellare tutto ciò.

Questa voce è stata pubblicata in ciclismo. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.