Nibali e il carro del vincitore

Dal “crollo” al trionfo. Dall’imbrocchimento precoce del mercoledì  (per colpa della preparazione, del medico, della squadra, del direttore sportivo, del destino cinico e baro, della turbolenza in Borsa e sicuramente anche degli influssi di Matteo Renzi) al “tutto calcolato” del sabato pomeriggio. Non ci voleva certamente l’impresa di Vincenzo Nibali, spacciato ad Andalo e trionfatore a Torino, per scoprire che anche nelle cronache ciclistiche, prima di spingere il tasto dell’invio, bisognerebbe contare fino a dieci, eliminare gli aggettivi superlativi (che un mio vecchio direttore sosteneva essere del tutto inutili), andare oltre le sentenze premature e i giudizi sommari. Nel calcio basta ricordare il Mondiale di Spagna 1982, che trasformò un gruppo di panda sgarruppati nella più fenomenale formazione d’azzurro vestita. O, in dimensioni più ridotte, certe cronache novembrine a proposito dell’ineluttabile declino bianconero perché, del resto, il secondo anno Allegri non l’azzecca mai.

nibali titolo

E lasciamo stare la politica o addirittura la storia, recente e meno recente, che è tutto un salire e scendere dal carro del vincitore di turno.

Chissà, forse siamo davvero antropologicamente diversi e, per quanto ci si sforzi, non c’è modo di affidarsi al buon senso, alla prudenza, al giudizio meditato. O, forse, c’è – in certi titoli improvvisamente “cattivi” – l’emergere di quella sottile perfidia che alberga in ciascuno di noi. E che non accetta – almeno per troppo tempo – il divismo senza macchia e senza paura. Vedere il campione (o il politico o il vicino di casa) rotolare dal suo Olimpo di gloria fino all’inferno de ‘noartri regala brividi di malcelata soddisfazione.

Chi lo sa… E comunque indispone un po’ – per questo ho voluto dedicarci qualche riga – il velocissimo navigare controvento di chi, fino al giorno prima, aveva addirittura spiegato la vele. Spesso – ve lo dico per esperienza – sono gli stessi colleghi che poi si incontrano in televisione o ai corsi di aggiornamento (sic) e che per un’ora ti triturano gli zebedei su “quanto è bello il giornalismo anglosassone”, tutto fatti e nessuna opinione, e che – perbacco – ci vuole il rispetto della “vittima” (compresa quella sportiva), la continenza dell’esposizione, la tutela dei minori e compagnia bella.

Ci fossero ancora, i colleghi di “Cuore” – giornale satirico degli anni Ottanta da bere – rispolverebbero uno dei loro titoli più famosi: “Hanno la faccia come il culo”. Sì, forse sta tutto lì, in sei parole, articoli compresi.

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