A me gli occhi

Non impiegheranno molto, gli amanti della bicicletta a capire a chi appartengono quegli occhi che compaiono nella testata di questo blog. Accanto, per quanto superfluo sia specifi544carlo, ai miei. Un omaggio, assai lontano dall’irriverenza.

Quella foto l’ho scattata sul Monte Carpegna, dove un cartellone posto proprio sulla cima di una salita molto dura immortala Marco Pantani con la maglia rosa e una sola frase: “Questo è il cielo del pirata”. Non serve altro. Sui tornanti, le scritte con la vernice bianca rimandano ad un campione tormentato ma vero, autentico, passionale, umano. Non tocca a noi – e figuriamoci a me – dare verdetti e giudizi su una storia che, comunque la si giudichi, è finita nel peggiore dei modi. A me, ciclista della domenica, resta la sincerità di dire che quel ragazzo sapeva regalare emozioni. Per via degli occhi un po’ malinconici, forse. Per un fisico minuto, che era l’esatto opposto di quello che ci si aspetta da uno sportivo, sia pure ciclista. Per quel tocco di sfortuna che si portava appresso, dall’auto in contromano alla Milano-Torino al gatto sulle strade del Giro d’Italia. Dite pure quello che volete ma, se accettate un consiglio, andare a cercare su Youtube la scalata nella tappa di Oropa https://www.youtube.com/watch?v=IWmClFQNwgY e capirete che cosa significano queste parole.

Mi è capitato di moderare una serata, nel decimo anniversario della sua scomparsa. Il suo nome compariva nella locandina, la sala era strapiena e tra un racconto e l’altro c’erano volute tre ore prima di poter levare le tende. Questo era Pantani a dieci anni dalla scomparsa. Perpetuarne il ricordo non è un dovere o una sottile forma di protesta contro un mondo che si mangia i suoi miti. E’ un piacere per chi sa che cosa significa pedalare.

Ernesto Galigani

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